Cronache di C. Tedeschi - Gea Monteroduni

Camminare per riscoprire e conservare i luoghi e le storie

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Attività





Le originali e ironiche cronache di Carmine Tedeschi






FURONO STUCCI
 
30 DICEMBRE 2017
 
 
Mi chiamarono a girare gli stucci o, a essere precisi, “a votare gli stucci” il giorno ventitré del mese di dicembre dell’anno 2017. Io, in principio, nicchiai e azzardai scuse puerili, pur di prendere tempo e trovare qualcuno che si offrisse “volontario” al posto mio. Un po’, quelle torce fatte di rami d’albero e chiuse da una cintura di ferro, da condurre in processione per le vie del paese, in ossequio a un’antica tradizione, mi facevano paura. Neppure quando ero un esuberante fanciullo avevo avuto il coraggio di girarle.
 
Poi, però, dopo essermi messo a tavolino con me stesso e me medesimo, mi convinsi almeno a presentarmi all’appuntamento fissato dagli organizzatori della “stucciata”: giorno ventinove dicembre, ore 18:00, Piazza mercato di Monteroduni. Eravamo una trentina di persone, di ogni età, in quel rettangolo di granito che ogni martedì viene occupato da baracche di mercanzie di ogni specie e di dubbia qualità. Mi resi subito conto di non essere l’unico ad avere timore del fuoco. A parte pochi ardimentosi dal corpo forse ignifugo, ciascuno degli eletti cercò di rimettere il mandato e lasciare ad altri l’”onore” di condurre gli stucci in processione per le vie del borgo, fino alla piazza Sant’Angelo, ove sarebbe stata benedetta una capanna della natività. Chi disse di essere stanco e desideroso di poltrire, chi lamentò improvvisi crampi alle braccia figli del lavoro di campagna, chi vaneggiò di appuntamenti galanti a lume di candela, io parlai del mio cane bisognoso di cure, nonostante fosse sano come un pesce. Solo le conversazioni legate al calcio e ad altri argomenti di elevato profilo ricordo che riuscirono a darci un po’ di sollievo. Si parlò, in particolare, di incidenti domestici, come quelli di un uomo di un paese non lontano da Monteroduni che aveva avuto una figlia nove mesi e venti giorni dopo l’ultimo momento di passione familiare e che per tutta la vita, arso dal dubbio, si era ripetuto, pensando alla moglie:<<Mi sa che m’è fregate>> (Poffarbacco, forse ella mia gabbò).
 
Alle ore 18:30 circa, le mie speranze di partecipare alla processione da semplice spettatore svanirono. Il cofano di una macchina di poderosa stazza si aprì. Iniziò la distribuzione degli stucci. Ai pargoli vennero dati quelli più leggeri; i pavidi, i lesti e i furbastri scelsero quelli che sembravano di legno più resistente e lento a bruciarsi; i meno scaltri presero delle torce lunghe come una spada e larghe come un fustino di birra da litri cinque. Il più ardito di tutti, infine, un uomo gigantesco, dalle braccia di bronzo, coraggioso e orgoglioso come solo colui che si prende il tabellone in una tombolata di ultraottantenni, si impossessò dello stuccio supremo, un albero di legno che, al confronto, il tripode olimpico di Roma 1960 pareva un fiammifero Minerva.
Finita la distribuzione del materiale, venne il momento più atteso, più intenso e anche più pericoloso del giorno: l’accensione degli stucci. Allo scopo, una grande fiamma ossidrica fu collocata al centro della Piazza del mercato. Prima di iniziare le scintillanti procedure, il Deus ex machina dell’evento spiegò, in un sensazionale italiano dialetto, come usare gli “stucci” senza recare danni fisici alle persone e alle cose e senza appiccare roghi in un intero villaggio: <<Lo stuccio si vota “annanzi” e indietro, con un movimento rotatorio del braccio non troppo veloce altrimenti partono “sciambe” di fuoco in ogni direzione. Durante l’azione del “votare”, guardatevi sempre alle spalle e siate sicuri che gli altri siano a distanza di sicurezza. Procederemo all’accensione degli stucci uno per uno. Bimbi, specialmente voi, mettetevi in fila indiana, altrimenti parte qualche leccamusso>>.
 
Naturalmente, dette raccomandazioni non furono minimamente ascoltate, né dai grandi né dai piccoli. Una folla disordinata d’anime, infatti, si avvicinò alla fiamma ossidrica, stuccio in alto come fosse un vessillo. Per fortuna, a parte delle lacrime dovute al fumo, nulla di grave accadde. Nessuna pira, nessun fenomeno di autocombustione.
 
Al segnale “Un, due, tre, alllllè”, la processione finalmente si mosse, scortata da due ali di folla, anzi da due aliti di folla, ben rafforzati, gli aliti, dai primi aperitivi serali, consumati nei rustici e intriganti bar del paese. In testa al corteo si pose colui che si era assicurato lo stuccio supremo, le cui fiamme avrebbero tramutato all’istante ogni essere vivente in porchetta. Dopo i primi passi che fece, l’uomo intese seguire i consigli del Deus ex machina, così da dare ancora maggiore linfa alla propria torcia. <<Occhio che girooooooooooo>>, gridò. Miracolosamente, nel tempo di una sillaba, la folla si aprì in modo così maestoso da ridurre Mosè sul Mar Rosso alla stregua di conducente di un mezzo spartineve durante una nevicata di basso profilo. Genti si sparpagliarono affannosamente nei bar, nelle autovetture, invasero case di vecchiette che stavano consumando una frugale cena, si nascosero dietro qualsiasi paravento, naturale o artificiale, che potesse dare loro sicurezza. Io ricordo che feci testamento e non credo di essere stato l’unico degli stucciatori.
Solo quando il pericolo svanì e Maciste attenuò gli ardori, la processione riprese normalmente il proprio corso. Dalla parte più moderna del paese, si spostò tra le viuzze anguste della parte antica del borgo. Nel momento in cui scorsi il campanile della Chiesa Madre, non posso negare che mi emozionai tanto e mi dissi che bene avevo fatto a non aver paura del fuoco. Mi vennero in mente, camminando a mo’ di tedoforo, il caro nonno Guido quando conduceva gli stucci e io lo seguivo con un misto di timore e orgoglio, gli altri parenti o conoscenti che si affacciavano alla porta di casa davanti allo spettacolo del fuoco, i tanti riti del Natale andati perduti nel tempo. Guardai allora il Castello, ormai senza più regine, senza più sfarzi, bastione solitario su una collina di roccia avara di colori, notai i lampioni stanchi di fare luce, le case e le botteghe, un tempo abitate e operose, abbrunate di solitudine, i vicoli che nel millennio scorso profumavano di prelibatezze assemblate da abili massaie, e mi dissi di essere stato fortunato ad aver vissuto la mia infanzia là, in un fazzoletto di collina in passato animato e popolato, dentro al quale era ameno vivere accontentandosi di poco, nel quale bastava uno straccio di pallone e tre amici per avere tutto ciò che si potesse desiderare, un borgo in cui, durante le festività, genti provenienti da ogni dove si raccoglievano attorno a un camino e bruciavano i loro giorni gozzovigliando, bevendo, fumando tabacco, sbattendo carte, parlando senza il filtro di una tastiera, di uno schermo, senza le insidie della modernità che oggi ci portano sempre a tenere un telefono in mano, per immortalare un momento, invece di conservarlo nel cuore e nella mente. E nemmeno so bene che ho scritto, ma poco male: quel che conta è che, appunto, da uomo moderno, umile ma con scatti di vanità, poco prima di raggiungere il piazzale antistante la Chiesa Madre, decisi di immortalarmi col telefonino, in un autoscatto, in un selfie con lo stuccio. Mi misi perciò in posizione da Apollo del Belvedere, contravvenendo alle regole di condotta del perfetto stuccista. Sciagurato! Poco prima di premere il tasto dello scatto, un pezzo di carbone, forse una scintilla, ahimè si staccò dalla torcia e rovinò sulla mia mano destra, che si fece incandescente. Per tale ragione, non potei seguire, né posso descrivere ora, la parte finale della processione, l’arrivo a Piazza Sant’Angelo, la benedizione della capanna di Gesù Bambino, lo spegnimento degli stucci in un grande calderone di bronzo, né potei gustare le prelibatezze dello stand gastronomico organizzato per celebrare la giornata. Fui costretto, infatti, a spostarmi in un bar per lenire, con del ghiaccio, il dolore della scottatura.
 
Oggi è 23 dicembre 2018. È passato quasi un anno dal 29 dicembre 2017, ma i ricordi di quel giorno sono ancora nitidi e mi emoziono a scriverli. Mentre riempio una pagina bianca, guardo il mio telefonino, quel telefonino per colpa del quale ho una piccola cicatrice sulla mano destra, e confido in un messaggio, da parte della Gea Monteroduni, avente ad oggetto la “votatura degli stucci”. Spero che quel rito tanto antico quanto primordiale si possa riproporre anche quest’anno, spero che tutte le tradizioni di un tempo che furono possano essere riscoperte, valorizzate, tutelate, riproposte nel borgo.
 
Stavolta non avrò dubbi, in caso di chiamata alla processione. Partecipò, mi metterò in testa al corteo. Magari lasciando il telefono a casa, così da non essere indotto in tentazione per un nuovo selfie.
 
Monteroduni, 23 dicembre 2018.


DOVE SARA’ LA GRANDE MASSERIA?
Escursione del 21/05/2017

Sedute su un lungo sgabello di legno, due anziane stanno bruciando le ultime stoppie del sabato chiacchierando con timbro di voce basso, quasi un bisbiglìo. Poco prima delle diciotto, un ragazzetto con la motoretta le raggiunge. Riferisce che, nonostante il menù a base di cavatelli, il giorno seguente non pranzerà con loro, con le nonne, in ragione di un’escursione tra le colline di Monteroduni, da fare insieme ad alcuni amici. E si congeda.
Quando il nipote è sufficientemente lontano da non aver più capacità d’udire, la voce delle vecchiette si alza, cresce, oltrepassa le tapparelle delle case, chiuse al primo caldo estivo e alle zanzare. <<Ti dico che ha detto San Gregorio>>; <<No, è il Masarcino>>; <<Forse è il Montecaruso>>. Le due non hanno capito in qual luogo il loro cucciolo trascorrerà il dì di festa.
La domenica, al mattino, il giovane e gli altri escursionisti della Gea si radunano in una piazza del paese. Sono circa quaranta persone. Dal cielo cadono brincelli di pioggia, schizzi di un rubinetto d’acqua che di notte si è aperto sul borgo e ancora non si è totalmente richiuso. Conviene mettersi in marcia o rimandare la passeggiata? Il saggio propone, per la gioia di quella piaga dell’umanità rappresentata dai fotografi per diletto, pronti a immortalare ogni dettaglio, pur insignificante, della realtà: <<Dai, facciamo una foto di gruppo e ce ne torniamo a casa>>. I più anziani della compagnia accettano con gioia la proposta, la gioventù l’osteggia con grida di “buuuuuuuuuuuh” e “abbasso”. Dopo un aspro confronto, passa la linea del coraggio. A un bonario compagno di avventure che indossa un lungo kway nero viene chiesto di impartire la benedizione urbi et orbi. La carovana può addentrarsi nel bosco. L’escursione parte.
Si affronta subito una discesa viscida di massi e fogliame. L’equilibrio viene mantenuto grazie a sgommate di scarpe da trekking, virtuosismi su bastoni, lamenti, urletti, imprecazioni così rudi da costringere chi ha impartito i sacramenti a spogliarsi del suo impermeabile talare.
Viene poi il primo tratto di salita, di circa un chilometro, lungo un viottolo angusto, irregolare, illuminato solo dagli immancabili flash dei fotografi; divide due file di alberi così slanciati e appesantiti dalla pioggia caduta nelle ore precedenti che, parola di passeggiatore abile a parlare l’italiano-dialetto: <<Se scuoteri le fronne, ti imbonni sano sano>> (Se agiti i rami, conquisti una doccia gratuita).
Al termine dell’erta, alla destra degli eroi appare un burrone o, se proprio si vuol parlare forbito, “sparafunno”. Alla sinistra, invece, si osserva un profondo buco privo di vegetazione, alberi, piante: forse è ciò che resta di una cava, forse è il foro di una bomba della seconda guerra mondiale o di un meteorite. I due ostacoli naturali destano notevole impressione tra i camminatori. I più timorosi accelerano addirittura il passo, pur di allontanarli celermente dal cono visivo. L’ azione di forza sgrana il gruppo, lo divide in due tronconi. Al cospetto di un bivio, c’è chi prende una via, chi un’altra, nessuno è più in grado di indicare quale sia quella retta, nessuno sa se sta andando nella direzione che porterà al luogo ignoto o se si sta addentrando in una selva oscura, i pessimisti temono che dovranno rimanere all’addiaccio finché qualcuno del paese non lancerà l’SOS, i drastici vaticinano che non rivedranno più i compagni di avventura, i polemici di professione cominciano a lanciare gravi accuse di leggerezza e disattenzione nei confronti degli Sherpa d’appennino.
Meno male che, dopo un centinaio di metri, su un prato di pietre e fango, le due strade si ricongiungono, si abbracciano e si fondono. Il gruppo riesce a ricompattarsi. Però, non si rinsalda. Le scorie della rabbia e della paura, infatti, restano. Ne viene fuori un aspro confronto tra gli escursionisti, nel corso del quale i più spregiudicati colgono la palla al balzo per tentare il golpe della Gea, per prendere le redini dell’associazione e defenestrare i leader riconosciuti. Per rendersi più credibili ed efficaci, provano ad assoldare: il prete, così da ottenere il riconoscimento del potere spirituale e la protezione delle altissime sfere; i fotografi, che potrebbero immortalare l’attimo in cui la pastorale del comando, anzi il bastone Decatlon del comando, passa da un gruppo di potere all’altro; il riempipagine incaricato di fare i reportage delle passeggiate, che potrebbe raccontare una verità piegata alle esigenze del potere. Purtroppo per i rivoltosi, il tentativo fallisce. Il prete aveva rinunziato da tempo al suo ruolo di pastore, lasciando nello zaino il saio nero; la lunghezza del confronto finisce per tediare e allontanare i fotografi, incapaci, per loro cultura ed educazione, di restare per più di dieci secondi senza sentire il battito di un click. Il reporter, infine, fa sapere che alle beghe di quartiere preferisce il tipico panorama dell’Appennino, la visuale d’altitudine. Del resto, c’è tanto da ammirare e descrivere. Al di là di cespugli d’erba e rovi, le montagne delle Mainarde e del Matese formano delle grotte naturali, all’interno delle quali paesini si nascondono e formano dei minuscoli presepi permanenti, con i raggi del sole che passano tra le fenditure di roccia e si atteggiano a stella cometa; distese di alberi al vento danzano e si agitano come se stessero eseguendo la coreografia di una grande curva da stadio perfettamente coordinata; il batter d’ali di falchi e aquile si confonde e fonde, fino a farsi melodia selvaggia, con lo scalpiccio di cavalli scossi e col tintinnare dei campanacci degli armenti che vagano per i prati; il sole sfalda i batuffoli di bianche nuvole, sembra pronto a conquistare il potere del cielo, ma i cumulonembi si raggruppano, si ricompattano, serrano i ranghi e placano le velleità dell’astro, fino a che non interviene la notte a segnare una sostanziale parità della contesa, che riprenderà all’alba.
Lo spettacolo della natura, sopra umilmente descritto, riesce piano piano a far tornare il sereno anche tra i camminatori. L’ultimo tratto di strada, il più agevole, viene quasi divorato, forse perché già si pensa ai panini che fremono per eruttare da pazienti zaini. Oltrepassata una manciata di masserie abbandonate, delle quali rimane lo scheletro e del filo spinato a segnarne i confini, si arriva finalmente al luogo di fine escursione: il Massarione. Il Massarione è, appunto, una grande masseria a forma trapezoidale, molto estesa in lunghezza, poco in larghezza. Il suo scheletro è di pietra, il tetto è ligneo. Al suo interno, ci sono diversi vani, un tempo utili a ricoverare gli animali, specie di notte o nei periodi caldi. Una stanza presenta resti di una vecchia cucina, forse adoperata dai pastori per un rancio frugale. Dal punto di vista storico, la base del Massarione fu edificata dai principi Pignatelli di Monteroduni intorno a fine settecento o comunque in epoca tardo feudale. Nel 1807, con la presa del potere da parte di Gioacchino Murat, che abolì il feudalesimo, il bene venne considerato come burgenseatico, proprio, non requisibile, e rimase nelle mani del Principe. Nel corso dell’800 e del ‘900 il Massarione venne ampliato, fino ad assumere la forma attuale. I vari membri della Dinastia Pignatelli arrivarono a detenervi, al suo interno, circa cinquecento capre e altri animali. A metà degli anni cinquanta, infine, con la riforma Agraria, il bene venne espropriato, divenne proprietà dello stato. Oggi, il Massarione fa parte del demanio regionale, animali non vi alloggiano più, non mangiano l’erba del prato che si stende intorno alla struttura, erba ideale per i pic-nic, per mangiare e bere tutto quel ben di Dio che i camminatori portano negli zaini, per gustare dei prodotti tipici, un trionfo di proteine, grassi, colesterolo, una gioia per le papille gustative. E le calorie, a fine giornata, invece di diminuire in ragione dell’attività fisica, aumentano, complici anche i pasti serali, gli avanzi scaldati del pranzo domenicale delle famiglie, i cavatelli che le due nonne hanno tenuto da parte per il nipote con la motoretta. Mentre il ragazzo mangia, le anziane finalmente vengono a sapere ove è arrivata l’escursione della Gea. Presto, potranno anche vedere diapositive del Massarione. Ce ne saranno a iosa, non v’è dubbio.


Escursione a S. Maria in Altissimis del 17/07/2016

In ogni gruppo di passeggiatori della domenica che si rispetti, c'è un soggetto che ha studiato, che conosce il territorio, che vuole fare da guida e divulgare il suo sapere. Non manca, il suddetto, nemmeno nell’escursione della Gea di metà luglio. Da un pulpito di sterpaglie e forasacchi, si alza in piedi. Tramanda, racconta, di antiche civiltà. Sono passate lungo il Volturno, fiume che solca le campagne di Monteroduni e le rende ubertose. Gli antichi Romani, che fessi non erano, ne sfruttarono le virtù. Lo inserirono nei loro tragitti. La cosiddetta Tavola Peutingeriana, una importantissima pergamena che riproduce gli itinerari della Roma imperiale, riporta, infatti, la statio o mansio (un luogo di sosta, una specie di stazione di servizio) di “Ad Rotas”, come tappa obbligata per chi, da Roma, accedeva nel Sannio.
Detta statio viene localizzata, dai principali studiosi della viabilità romana e sannita, nel territorio comunale di Monteroduni, in corrispondenza della Contrada Camposacco – Paradiso, punto di partenza della passeggiata. La contrada ha avuto intense frequentazioni fin dalle epoche più remote, come testimoniato dagli scavi effettuati dall’Università di Ferrara nel 2008, che hanno consentito di rinvenire due stupendi bifacciali e altri manufatti litici di epoca acheuleana. Inoltre, gli scavi, compiuti tra il 2002 e il 2007, da parte dell’Università La Sapienza di Roma, hanno portato alla luce un’ampia parte di una struttura di grandi dimensioni risalente al XII secolo a.C., con reperti di industria litica e materiali ceramici vari. Infine, sono stati rinvenuti reperti di epoca romana, come epigrafi, resti lapidei di importanti costruzioni, monete. I tanti dettagli e la giustezza delle narrazioni incuriosiscono e intrigano i discepoli. Resterebbero ad ascoltare per ore.
Purtroppo, il maestro compie un errore. Riporta un dettaglio: oltre al riferimento della tavola peutingeriana, non esiste alcun’altra evidenza o indizio documentale originario o archeologico che porti, in modo esplicito e chiaro, alla localizzazione della statio di Ad Rotas nella contrada Camposacco­Paradiso e, sempre nella stessa località, del presunto villaggio di Rotae, dal quale poi viene fatto derivare, da alcuni studiosi locali, l’attuale nome di Monteroduni.
E’ un colpo al cuore, specie per i presenti che, nelle domeniche d’inverno, dismettono la foggia d’aria aperta e si accomodano sugli spalti dello stadio comunale per supportare il Monteroduni calcio, intonando il coro di battaglia “ce l’abbiamo solo noi, Rotae, rotaeeeee rotaeeee, ce l’abbiamo solo Monterotae alè”: Lo scoramento che consegue alla Rota bucata, è sfruttato dai franchi tiratori, da altri due sempiterni figuri delle passeggiate: il fotografo e l’esperto dei tragitti. Il primo inizia a immortalare ogni cosa lo ispiri, dai cappelli a falde larghe delle signore ai calzini da bavarese su pantaloncino sportivo di un uomo di città, da una pietra corrosa di fiume a una staccionata che gli sembrava di architettura notevole; si arresta solo quando il buon Mich lo accusa di essere più rumoroso di un branco di cinghiali.
La bussola deambulante, invece, intima di tagliare corto e riprendere la marcia. L’obiettivo è arrivare alla Chiesa di Santa Maria Altissima, tappa principale, entro le ore 12. A mettere fretta non è il caldo afoso di pianura: in un’epoca di inquinamento e sporcizia, di grandi ciminiere che spandono i loro veleni sulle nostre teste, gli infestati d’ozono di città non crederanno mai che ci siano luoghi di terra in cui immergere una bottiglia o un termos e disidratarsi e rinfrescarsi di un’acqua così gelida da far titillare il trigemino e far tremare i denti anche a chi non ha le carie, mentre libellule dalle ali blu saltellano e violicchiano, trote sgusciano in acqua, girini si affacciano alla vita. Si teme soltanto di ritardare troppo il pranzo al sacco.
Meno male che, nei borghi del Sannio, il concetto di “passeggiata di salute” è meno franco di quello che i protocolli medici raccomandano. Qualcosa da sbocconcellare si trova. Sempre. Da uno zainetto, spuntano le scruppelle, pizze fritte della vigilia di Natale, che, in fin dei conti, non è così lontana, se si pensa che il guado di metà anno già è stato varcato e che l’estate, tra meno di un mese, inizierà a intonare il canto del cigno. Le ha fatte la regina del vicolo per la nipotina e per un cucciolo di 35 anni suo vicino di casa. Vengono assalite, tranne che dal fotografo, che preferisce immortalarle. Non bastano a sfamare 40 affamati. Monta la protesta. Solo un buon caffè caldo di termos e dei biscotti artigianali riescono a spegnerla, in prossimità del monumento più intrigante che si adagia sul Volturno.
E’ la Chiesa di Santa Maria Altissima o, come si suol dire al paese, SanDa Maria Aeutisema, celebrata il giorno 15 agosto, al mattino, mentre un poveraccio trema come un sismografo perché, nel suo primo sonno dopo una notte all’addiaccio di un bar, la banda del paese, sotto la di lui casa, sbatte tamburi e gonfia grancasse, per accompagnare la Madonna in processione. All’occhio del sempliciotto o dello sprovveduto, la Chiesa, “na specie re monstero”, appare come un ammasso di pietre ben conservato nelle parti verticali, circondato da alti rovi e incastonato tra le sterpaglie; non ha nemmeno più un tetto, una copertura, che era a due falde, crollata per incuria umana, e devi stare attento a non avvicinarti troppo alle pareti, altrimenti, come dice il saggio “te care nu palluotte n’cape” (un masso ti rovina in testa). In realtà, ha una storia molto intrigante. La racconta chi ha studiato. La Chiesa faceva parte di un probabile complesso monasteriale del Benedettini, sorto a cavallo dell’attuale linea di confine tra i territori di Monteroduni e Macchia d’Isernia. La costruzione è altomedioevale, intorno al IX secolo, ed è posta su un’altura blanda. Gode di una visuale amplia, che consente di controllare agevolmente un’ampia sezione della vallata del Volturno.
La documentazione inerente alla Chiesa è molto scarna: nel libro delle Decime nel 1309, risulta in capo al Priore il compito di pagare la decima; una lapide contenuta nella Chiesa di San Michele Arcangelo di Monteroduni attesterebbe l’operatività del monastero ancora nell’anno 1651. Dal punto di vista architettonico, presenta una pianta ad aula unica, di circa 12.5 x 6 metri ed è conclusa da un’abside semicircolare alta, all’esterno, circa 3 metri. In prossimità dell’abside stesso, esistono delle nicchie ove, probabilmente, erano riposte alcune immagini sacre e le apparecchiature necessarie per lo svolgimento della liturgia. Alcune tracce di colore su intonaco, provano l’esistenza di affreschi, nell’aula benedettina.
Del suo portale, probabilmente realizzato con materiale di spoglio, è rimasta la lunetta, composta da un arco a sesto rialzato, in cui si leggono ancora le tracce di un affresco dedicato probabilmente alla Vergine. Sempre all’esterno della Chiesa, si riconoscono quattro monofore, una per facciata. Quelle definite sui lati maggiori sono poste in prossimità dell’abside; quelle realizzate sui lati corti della cella sono poste una al centro dell’abside e l’altra frontalmente, in posizione rialzata e centrale. La logica di tale disposizione è da ricercarsi nei simbolismi liturgici collegati, nella vecchia liturgia, alla posizione che il sole assume durante il corso della giornata rispetto all’altare principale, contenuto nell’edificio. Del complesso monastico cui la Chiesa faceva parte, rimane una notevole quantità di ruderi, i quali sembrano essere stati definiti in epoca coeva alla costruzione dell’edificio religioso, posto in posizione centrale  rispetto  agli  altri  corpi  di  fabbrica.  Dalla  disposizione  di  questi  ultimi,
appare chiaro che il monastero fosse composto da più ambienti, alcuni di dimensione simili a quelle della Chiesa. Pietà, per giove, pietà. Le nozioni iniziano a farsi tecniche e complesse per chi non ha competenze di architettura, ingegneria, storia dell’arte. Chissà se pure le ho riportate bene. I passeggiatori alzano bandiera bianca. Il monastero è certamente interessante e, a chi possiede un minimo di sensibilità e un’oncia di gusto per il bello, fa ragionare sul fatto che, nel minuscolo e ameno territorio in cui viviamo, abbiamo, a un tiro di schioppo, a portata di mano, un patrimonio di tesori d’arte e di storia, che non conosciamo e che farebbe d’uopo che tutti si impegnassero a riscoprire, far riemergere, restaurare, far conoscere, ai residenti e a chi è fuori, ma è pur sempre mezzogiorno ed è ora di ristorarsi. E’ disponibile un po’ di vino e biscotti tipici dei negozietti di paese  che  hanno l’insegna “alimentari” o “Sali e tabacchi”, ingrigita dal tempo e dalla furia degli elementi, nei quali si accede muovendo una tendina che suona un concerto di campanellini e che vende prodotti che non si ritenevano avessero superato indenni la caduta del muro di Berlino. Non sono soddisfacenti. La tensione sale.
Qualcuno programma di assalire gli alberi di frutta ai lati della strada. Non fa in tempo. Una gradita sorpresa è all’orizzonte. All’avanguardia della truppa che solca la terra e incontra solo casupole fatiscenti di legno e cani spelacchiati, tre cesti di vimini che svettano su un tavolo, sembrano un miraggio. Invece no. Sono veri. Contengono “lecine” e pomodori. Sono altresì disponibili dei sensazionali biscotti al vino fatti in casa, caffè e fresche bevande. Il merito è tutto del Signor Michelangelo e della sua moglie, che hanno voluto donare ai compaesani atletici un po’ di quel che coltivano o che riescono a fare con sapienti mani di cuoca per diletto. Con tante prelibatezze in corpo, l’ultimo tratto prima della sosta corre via in un baleno. Ci si ferma in un tratto in cui il fiume scorre impetuoso, vortica e forma piccole cascate, saltella e si fa spumoso, si incrocia con un corso d’acqua amico e solletica i piedi di chi, seduto su pietre aguzze, consuma panini con frittata e prosciutto spessi come un mattone e larghi come un Sorrisi e Canzoni. I più felici sono i bambini.
Schiamazzano, corrono, sorridono e, infine, si tuffano nel fiume, incuranti delle raccomandazioni dei genitori, del precetto “non si fa il bagno dopo aver mangiato”, dell’acqua gelida e dei massi che pungono i loro piedi minuscoli. Riemergono solo quando il ragioner Filini del gruppo, altro uomo che non manca mai tra i passeggiatori della domenica, fischia e a colpi di “ya ya venete” convoca per il taglio dell’anguria, trasportata da un trerruote che spunta all’improvviso da una strada stretta come mulattiera, che nessuno capisce come possa essere stata attraversato da mezzo ‘si largo, che viene prontamente immortalato dal fotografo, il quale abbandona senza patemi il suo pasto, pur di riportarsi a casa un’altra traccia interessante del dì. Il rito del melone rosso, che fa da corollario a ogni giornata della GEA, è il passaggio più gradito di tutti.
Osserva bene Costy, mentre mangia:<<non c’è nessun ristorante al mondo che tenga, davanti a una fetta di anguria mangiata e a un bicchiere di vino bevuto guardando il fiume>>. Oltre al melone, ci sono anche delle salsicce, ma la paura del botulino, avallata anche da chi le ha messe in un barattolo colmo d’olio e sugna, fa desistere i più leggerini dal mangiarle. Con gli stomaci rimpinzati e col pomeriggio che incede in un cielo gonfio di nuvole moderatamente cariche di pioggia, finalmente si può prendere la via a ritroso. Più ci si avvicina al luogo di partenza, più la civiltà riprende vita. Villette graziose di campagna sostituiscono le masserie, sfreccia qualche motorino e si sente il rimbombo sordo delle autovetture,
virtuosi dello sport macinano chilometri e disperdono sudore su strade ancora un po’ ammaccate. C’è solo un’ultima attrattiva da visitare, prima del congedo. E’ “ru puzze sfunnate”, il pozzo sfondato, the sfunnated water well. Si trova nascosto dietro dei cespugli. Fino agli anni ‘30, era una delle fonti primarie di approvvigionamento di acqua per i contadini. Poi, un cedimento del terreno, uno “sfunnamento”, aveva ridotto la portata d’acqua e reso il pozzo un’ attrazione per chiunque si trovasse di passaggio sul fiume e un luogo di bivacco per le scampagnate di coloro che oggi sono nostri genitori e nonni.
Ciò a causa di piccole sabbie mobili che si sono generate all’ interno e che risucchiano addirittura mezzo bastone da passeggio. L’effetto è stupefacente, sconvolgente, un po’ inquietante, ma decisamente affascinante, tanto che il fotografo, pur a rischio di sfracellarsi la coccia, si posizione in precario equilibrio tra due massi e estrae la fotocamera subacquea, con la quale immortalare e filmare il raro fenomeno. Terminate le riprese, il cammino riprende.
Non sono previste altre soste. In realtà, un’altra rientranza del fiume, con dei lunghi tronchi d’albero messi in orizzontale, val bene 5 minuti di pausa. La bandiera a scacchi è in località Camposacco, dopo circa 11 chilometri percorsi. Sono quasi le 17. Appuntamenti alla sera per commenti alla giornata e analisi delle date utili per una nuova passeggiata, sono le ultime attività previste. Saluti, baci e alla prossima. Ma nooooo, ove andate? C’è il fotografo già pronto. Pretende di scattare la diapositiva di gruppo, prima del congedo. Il fotografo, l’unico sempre presente, l’unico che non verrà mai immortalato…


Le stelle di S. Lorenzo a Colle Mannone
VENERDÌ 26 AGOSTO 2016

La luna piena faceva da abat-jour a un comodino di stelle. Il cielo sereno accompagnava il vociare di un paese che stava spegnendo le luci intense della sera e accendendo i bagliori lievi della notte. Mi è venuta voglia di abbaiare. L'ho fatto. Dolcemente. Il mio verso si è mischiato a quello dei corvi che dormono sui grandi lecci del Castello, dei gufi e dei barbagianni che nidificano sui due campanili che dominano il borgo, dei gatti randagi. Solo i colleghi hanno taciuto. Ho allora guaito due, tre volte. Con grande impeto. Dalle case vicine, una voce roca ha intimato il silenzio; dalle montagne, finalmente, qualcuno mi ha risposto. Ho sorriso. Lassù, a Colle Mannone, sapevano che presto sarei arrivato. Il diario di bordo segnava le 9 del mattino come orario di partenza. Con frenetico movimento di coda e passo felpato e baldanzoso, ho seguito il padrone fino al bar della piazza del mercato. Al bancone, l’umanità in villeggiatura sorseggiava caffè e sgranocchiava cornetti; l’affaticato di vita, invece, ingurgitava una birra e si lamentava per la bottiglia perennemente bucata. Tra gli avventori, alcuni erano vestiti con mutandoni della nonna spacciati per pantaloncini, maglioncini usurati di sudore, copricapi che di paglia d’Ecuador avevano solo il colore, scarpe dalle suole pareggiate dal fango e dall’erosione del tempo, bastoni marci e rabberciati. Li ho riconosciuti. Si trattava dei miei amici, dei sodali arrampicatori, degli avventurieri del borgo che una volta al mese marciano alla scoperta dei tesori nascosti e delle bellezze naturali della zona, coi quali avrei condiviso la strada fino al Colle. Erano 42 secondo la questura, 58 per gli organizzatori, 22 per i soliti disfattisti. Uno di loro guidava un mastodontico mezzo cingolato, munito di prora e rostro. Il padrone, in un angolo remoto della stiva, già abbondantemente carica, ci ha messo lo zaino da trasferta. Non ho capito perché. Di solito, lo porta sulle spalle. Al trattore è stato dato il compito di dare il via alla marcia. Il gruppo l’ha seguito. Solo per un breve tratto di salita. Mentre le prime orribili favelle, figlie dello sforzo del risveglio, risuonavano nell’aere e squassavano la quiete, lui si è dileguato per scorciatoie e stradine anguste, fino a rendersi invisibile all’umano occhio. Io avrei potuto e voluto seguirlo. I quattro zampe sono più adatti dei bipedi ai terreni dissestati e le strade asfaltate a me, rustico cane pastore Buck, non piacciono tanto. Ho scelto di indugiare. Non potevo certo lasciare da solo il padrone. Preferisco rinunciare a un attimo di piacere solitario, per godere in pieno della sua fiducia e della sua compagnia. Meno male che, dopo un tornante micidiale, anche noi ci siamo addentrati per viottole ruvide, gonfie di rovi e di pietre aguzze, disseminate di more, prugnoli e vaporosi fiori blu e rossi, di cui l’incaricato a redigere, per conto mio, il presente resoconto non ricorda il nome. Distratto! La prima sosta è arrivata, dopo circa un’ora di arrampicata, presso un antico abbeveratoio, accovacciato tra due grandi massi. Stillava un gelido rigagnolo d’acqua, appena sufficiente a sciogliere labbra stoppose d’afa. Nei tempi passati, invece, costituiva riserva vitale per chi era dedito alla pastorizia. Un passeggiatore di lungo corso, in precario equilibrio su una roccia, ha voluto condividere personali ricordi legati alla fonte che fu florida. Ha raccontato delle famiglie che passavano la bella stagione al seguito delle vacche. Le conducevano dal paese e stavano tra le montagne giorni interi, fino a che non ritenevano opportuno rinculare a valle, per raggiungere la stazione di monta. I pastori erano tanti, la concorrenza tra loro molto forte. Sovente, si mettevano in atto strategie per fiaccare le altrui mandrie. La preferita era gettare lo sterco dei cani all’interno dell’abbeveratoio. Le mucche, se ne sentivano l’odore, non si rifocillavano, consce del nocumento che potevano subire. Noi quattro zampe pelosi, infatti, secondo quel narratore, siamo latori di batteri perniciosi, se la nostra bocca finisce a contatto con il corpo umano. Oh, per Rex, che informazione sconvolgente. Spero non l’abbia sentita il padrone. Sapete, io non ho voce per dirgli parole al miele, non ho penne per scrivergli versi che sanno d’amore. Ho solo quattro zampe per abbracciarlo, un corpo per adagiarmici accanto nelle notti più fredde e, soprattutto, un muso per stampare baci. Non riuscirei a fare a meno di darglieli. L’ultimo l’ha ricevuto all’ “aria di Tittariane”, the Tittarian’s Air, in inglese, luogo della seconda sosta. A sentire il nome, si potrebbe pensare alla dimora di un Imperatore romano. In realtà, si tratta di un grande spazio verde, che ha il più bel davanzale che mi sia capitato di vedere in questa esistenza spensierata e libera di pastore che non ha mai avuto bisogno di un guinzaglio. Da lì, il borgo di Monteroduni sembra una colomba pasquale adagiata su un letto di pistacchio e cioccolato, con le quattro torri del Castello a fare da candeline di genetliaco. Intorno, si stende una pianura densa di villaggi così compatti che quasi riesci a contare il numero delle case di ognuno, di strade che immagineresti sterminate se non le avessi mai percorse, di ciminiere che, se sbuffassero meno, renderebbero più chiaro e Limpido l’orizzonte, verso il quale si stagliano montagne brulle e ondulate, che sfondano, col cucuzzolo, batuffoli di nuvole, grigi di acquazzoni pomeridiani estivi. Un luogo ideale per mangiucchiare qualcosa: anche un tarallo al finocchio può sentirsi prelibatezza amalgamata dal più abile degli chef stellati, se contaminato dal fascino della natura più pura. Anche a me hanno offerto un pezzetto. Ho gradito. Mi ha dato forza per l’ultima parte del cammino, quella più impervia, tra vicoletti di roccia e calcare, boschi giallastri e marroni di alberi già spogli di foglie, rampe di ciottoli e ghiaia, che culminavano in collinette dal paesaggio lunare, sferzate da raffiche di tramontana che nulla avevano a che spartire con il mese di agosto. Il gruppo, fino ad allora compatto, si è aperto a ventaglio e frastagliato in tanti plotoncini di diversa andatura. Pareva di essere al Tour De France, anche se, alla Gran Boucle, difficilmente, dalle retrovie, si sente urlare, verso la testa, “farabuttè”, “maledettes”, “liberté, egalité, face de bestié”, “fermateves pour favour chè non ce la facemme”; “allons enfants come cassfuglieté”, “quando arrevamme al Cote De Les Mannones sono mazzat pour vous”. Meno male che Colle Mannone non era così lontano dalla Tittarian’s Air, da creare divari incolmabili. Il primo a scollinare sono stato io, insieme al padrone; ad aspettarci, c’erano già il gigantesco trattore e un minuscolo fuoristrada. Ho abbaiato per appellare i colleghi, avvisati prima della partenza. Una volta, due volte. Nessuno si è presentato. Chissà chi aveva captato il mio richiamo della notte. Che poi, a dire il vero, non è stato poi così male stare solo. Non ho dovuto dividere il pasto. Per Lassie, quanto ho mangiato. Dovete sapere che nei monterodunesi vige, dalla notte dei tempi, l’amletico dilemma “si fa sport per mangiare o si mangia per fare sport?”. Siccome nessuno mai è riuscito a dipanare la massa del dubbio, quando il premio per la fatica è del nutrimento, si fa in modo che le calorie ingeribili superino quelle bruciate. Così, un prato di fango pullulava di panini larghi come fogli A4, di rustici madidi d’olio e colesterolo, di serpenti di salsiccia, di caffè in comodi termos, di torroncini di Natale e premi di un albero di cioccolatini Boeri. Tale mix di odori ha raddolcito la mia indole di pastore grezzo. Altezzoso e malizioso come sa esserlo solo una donna che è consapevole di sprigionare fascino da ogni suo poro, ho iniziato a sbattere gli occhi verso chiunque si nutrisse. Il primo a cedere alle lusinghe è stato un povero ragazzo che aveva scalato la montagna con vivo ardore solo per ingozzarsi al più presto del soffice mattone di pane e frittata che la nonna gli aveva preparato al mattino e il cui odore deflagrava dallo zaino: l’ha dovuto dividere in parti uguali con me. Satollo e gonfio, mi sono fatto un riposino accanto al capiente otre di vino adagiato sopra al trattore, manco fosse la festa dell’uva. Molti compagni di avventura hanno seguito il mio esempio. Pochi arditi non hanno ceduto al peso delle fatiche e si sono rimessi in marcia, alla ricerca dei resti della “nevera”. La nevera, nei tempi che furono, era un luogo di raccolta delle nevi, per via della sua posizione in ombra e, quindi, più facilmente aggredibile dai ghiacci. Serviva come congelatore naturale per i Monterodunesi che non potevano godere degli agi del progresso e della corrente elettrica. Quella di Colle Mannone era la più grande della zona. È stato difficilissimo trovarla. Non mi stupisco più di tanto: capisco che spirava uno zefiro da nord est decisamente intenso, ma di nevi perenni a 1000 m sul livello del mare non ne ho sentito mai parlare. E, a dire il vero, faceva solo freschino, sul far del pomeriggio. Ora, invece, per RinTinTin, batto i denti. Il sereno della notte ha fatto precipitare le temperature. Mi sa che devo andare a scaldarmi attorno al grande fuoco che scintilla, crepita, scoppietta. Dicono serva a tenere lontani i lupi. Sarà, ma le salsicce e la pancetta che sfriggono e alzano fiamme al cielo quando il grasso cola sulle braci, credo attrarranno fameliche fiere, invece di respingerle. Chissà se anch’io beccherò uno speziato bocconcino di carne. Sento un certo languorino. È ormai Il nuovo giorno e ancora non scendo a valle. Resterò qua fino a che non sorgerà il sole. Con me, il padrone, altri trenta campeggiatori, il conducente del trattore che, ora l’ho capito, portava le tende, le coperte e i plaid per chi sta all’addiaccio. Sento ora ululare dei colleghi. Armenti muggiscono. Alzo la testa. Non la riporto giù. Le concedo il privilegio di guardare il cielo. Anche gli umani si sforzano di tenere gli occhi puntati verso la volta celeste. C’è una prateria di stelle. Senza il filtro delle luci artificiali del borgo, la luna piena le rende color ghiaccio. Sono così ordinate nella loro fissità che, se una penna capace di arrivare in cielo potesse unirle, non dubito disegnerebbe l’opera d’arte più bella mai creata. Ogni tanto, qualcuna cade. È doveroso farlo. è la notte di San Lorenzo. Un bimbo urla <<eccola, eccola>> ogniqualvolta ne vede precipitare una. La madre gli suggerisce di esprimere un desiderio. Penso di farlo anche io. Poi, ci rinuncio. Sono un cane. Non vivo di ambizioni che durano il tempo necessario per coltivarne altre, non smanio nel cercare qualcosa che dopo un po’ non mi soddisferà più, non mi aprirò mai all’affanno della ricerca spasmodica di qualcosa che ostacola una parca felicità, fatta di piccole ed essenziali cose. Mi basta poco per avere tutto: un padrone che non mi lascia mai, un prato ove correre libero, la calda mano di umani che accarezzano il mio manto bianco, un fiumiciattolo che mi leva di dosso gli odoracci della strada e ammorbidisce la punta dei fora sacchi che si conficcano nella pancia e tra le zampe. Certo, un altro po’ di frittata la mangerei volentieri, non lo nego, ma mi accontento di sbocconcellare questa mezza salsiccia arrostita che, vivaddio, si sono decisi a porgermi. Toh, un’altra stella cola a picco, mentre mordo. Mi pare più luminosa delle altre, una piccola palla di fuoco. Seguo il suo corso. Quando non la vedo più, ululo, come a chiamarla. Vorrei che riemergesse, per donare nuovamente la grazia del suo volo a chi l’ha ammirato. Abbaiano anche a valle. Replicano da una vetta lontana e da un poggio confinante. È un concerto di bestie con la testa sollevata. Nessun lupo, in questa notte di San Lorenzo, si muoverà a tediare il sonno degli umani, rannicchiati nelle tende. Saranno tutti impegni ad ammirare lacrime di stelle, finché non sarà un nuovo giorno, fino a che il sole d’estate non tornerà a scaldare membra intorpidite, fino a che il gigantesco trattore non riprenderà la via della valle…
“Mi domando, - disse, - se le stelle sono illuminate è perché ognuno possa un giorno trovare la sua.” (Antoine de Saint-Exupery).

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