Camminando, cronache - Gea Monteroduni

Camminare per riscoprire e conservare i luoghi e le storie

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Attività
DOVE SARA’ LA GRANDE MASSERIA?

Sedute su un lungo sgabello di legno, due anziane stanno bruciando le ultime stoppie del sabato chiacchierando con timbro di voce basso, quasi un bisbiglìo. Poco prima delle diciotto, un ragazzetto con la motoretta le raggiunge. Riferisce che, nonostante il menù a base di cavatelli, il giorno seguente non pranzerà con loro, con le nonne, in ragione di un’escursione tra le colline di Monteroduni, da fare insieme ad alcuni amici. E si congeda.
Quando il nipote è sufficientemente lontano da non aver più capacità d’udire, la voce delle vecchiette si alza, cresce, oltrepassa le tapparelle delle case, chiuse al primo caldo estivo e alle zanzare. <<Ti dico che ha detto San Gregorio>>; <<No, è il Masarcino>>; <<Forse è il Montecaruso>>. Le due non hanno capito in qual luogo il loro cucciolo trascorrerà il dì di festa.
La domenica, al mattino, il giovane e gli altri escursionisti della Gea si radunano in una piazza del paese. Sono circa quaranta persone. Dal cielo cadono brincelli di pioggia, schizzi di un rubinetto d’acqua che di notte si è aperto sul borgo e ancora non si è totalmente richiuso. Conviene mettersi in marcia o rimandare la passeggiata? Il saggio propone, per la gioia di quella piaga dell’umanità rappresentata dai fotografi per diletto, pronti a immortalare ogni dettaglio, pur insignificante, della realtà: <<Dai, facciamo una foto di gruppo e ce ne torniamo a casa>>. I più anziani della compagnia accettano con gioia la proposta, la gioventù l’osteggia con grida di “buuuuuuuuuuuh” e “abbasso”. Dopo un aspro confronto, passa la linea del coraggio. A un bonario compagno di avventure che indossa un lungo kway nero viene chiesto di impartire la benedizione urbi et orbi. La carovana può addentrarsi nel bosco. L’escursione parte.
Si affronta subito una discesa viscida di massi e fogliame. L’equilibrio viene mantenuto grazie a sgommate di scarpe da trekking, virtuosismi su bastoni, lamenti, urletti, imprecazioni così rudi da costringere chi ha impartito i sacramenti a spogliarsi del suo impermeabile talare.
Viene poi il primo tratto di salita, di circa un chilometro, lungo un viottolo angusto, irregolare, illuminato solo dagli immancabili flash dei fotografi; divide due file di alberi così slanciati e appesantiti dalla pioggia caduta nelle ore precedenti che, parola di passeggiatore abile a parlare l’italiano-dialetto: <<Se scuoteri le fronne, ti imbonni sano sano>> (Se agiti i rami, conquisti una doccia gratuita).
Al termine dell’erta, alla destra degli eroi appare un burrone o, se proprio si vuol parlare forbito, “sparafunno”. Alla sinistra, invece, si osserva un profondo buco privo di vegetazione, alberi, piante: forse è ciò che resta di una cava, forse è il foro di una bomba della seconda guerra mondiale o di un meteorite. I due ostacoli naturali destano notevole impressione tra i camminatori. I più timorosi accelerano addirittura il passo, pur di allontanarli celermente dal cono visivo. L’ azione di forza sgrana il gruppo, lo divide in due tronconi. Al cospetto di un bivio, c’è chi prende una via, chi un’altra, nessuno è più in grado di indicare quale sia quella retta, nessuno sa se sta andando nella direzione che porterà al luogo ignoto o se si sta addentrando in una selva oscura, i pessimisti temono che dovranno rimanere all’addiaccio finché qualcuno del paese non lancerà l’SOS, i drastici vaticinano che non rivedranno più i compagni di avventura, i polemici di professione cominciano a lanciare gravi accuse di leggerezza e disattenzione nei confronti degli Sherpa d’appennino.
Meno male che, dopo un centinaio di metri, su un prato di pietre e fango, le due strade si ricongiungono, si abbracciano e si fondono. Il gruppo riesce a ricompattarsi. Però, non si rinsalda. Le scorie della rabbia e della paura, infatti, restano. Ne viene fuori un aspro confronto tra gli escursionisti, nel corso del quale i più spregiudicati colgono la palla al balzo per tentare il golpe della Gea, per prendere le redini dell’associazione e defenestrare i leader riconosciuti. Per rendersi più credibili ed efficaci, provano ad assoldare: il prete, così da ottenere il riconoscimento del potere spirituale e la protezione delle altissime sfere; i fotografi, che potrebbero immortalare l’attimo in cui la pastorale del comando, anzi il bastone Decatlon del comando, passa da un gruppo di potere all’altro; il riempipagine incaricato di fare i reportage delle passeggiate, che potrebbe raccontare una verità piegata alle esigenze del potere. Purtroppo per i rivoltosi, il tentativo fallisce. Il prete aveva rinunziato da tempo al suo ruolo di pastore, lasciando nello zaino il saio nero; la lunghezza del confronto finisce per tediare e allontanare i fotografi, incapaci, per loro cultura ed educazione, di restare per più di dieci secondi senza sentire il battito di un click. Il reporter, infine, fa sapere che alle beghe di quartiere preferisce il tipico panorama dell’Appennino, la visuale d’altitudine. Del resto, c’è tanto da ammirare e descrivere. Al di là di cespugli d’erba e rovi, le montagne delle Mainarde e del Matese formano delle grotte naturali, all’interno delle quali paesini si nascondono e formano dei minuscoli presepi permanenti, con i raggi del sole che passano tra le fenditure di roccia e si atteggiano a stella cometa; distese di alberi al vento danzano e si agitano come se stessero eseguendo la coreografia di una grande curva da stadio perfettamente coordinata; il batter d’ali di falchi e aquile si confonde e fonde, fino a farsi melodia selvaggia, con lo scalpiccio di cavalli scossi e col tintinnare dei campanacci degli armenti che vagano per i prati; il sole sfalda i batuffoli di bianche nuvole, sembra pronto a conquistare il potere del cielo, ma i cumulonembi si raggruppano, si ricompattano, serrano i ranghi e placano le velleità dell’astro, fino a che non interviene la notte a segnare una sostanziale parità della contesa, che riprenderà all’alba.
Lo spettacolo della natura, sopra umilmente descritto, riesce piano piano a far tornare il sereno anche tra i camminatori. L’ultimo tratto di strada, il più agevole, viene quasi divorato, forse perché già si pensa ai panini che fremono per eruttare da pazienti zaini. Oltrepassata una manciata di masserie abbandonate, delle quali rimane lo scheletro e del filo spinato a segnarne i confini, si arriva finalmente al luogo di fine escursione: il Massarione. Il Massarione è, appunto, una grande masseria a forma trapezoidale, molto estesa in lunghezza, poco in larghezza. Il suo scheletro è di pietra, il tetto è ligneo. Al suo interno, ci sono diversi vani, un tempo utili a ricoverare gli animali, specie di notte o nei periodi caldi. Una stanza presenta resti di una vecchia cucina, forse adoperata dai pastori per un rancio frugale. Dal punto di vista storico, la base del Massarione fu edificata dai principi Pignatelli di Monteroduni intorno a fine settecento o comunque in epoca tardo feudale. Nel 1807, con la presa del potere da parte di Gioacchino Murat, che abolì il feudalesimo, il bene venne considerato come burgenseatico, proprio, non requisibile, e rimase nelle mani del Principe. Nel corso dell’800 e del ‘900 il Massarione venne ampliato, fino ad assumere la forma attuale. I vari membri della Dinastia Pignatelli arrivarono a detenervi, al suo interno, circa cinquecento capre e altri animali. A metà degli anni cinquanta, infine, con la riforma Agraria, il bene venne espropriato, divenne proprietà dello stato. Oggi, il Massarione fa parte del demanio regionale, animali non vi alloggiano più, non mangiano l’erba del prato che si stende intorno alla struttura, erba ideale per i pic-nic, per mangiare e bere tutto quel ben di Dio che i camminatori portano negli zaini, per gustare dei prodotti tipici, un trionfo di proteine, grassi, colesterolo, una gioia per le papille gustative. E le calorie, a fine giornata, invece di diminuire in ragione dell’attività fisica, aumentano, complici anche i pasti serali, gli avanzi scaldati del pranzo domenicale delle famiglie, i cavatelli che le due nonne hanno tenuto da parte per il nipote con la motoretta. Mentre il ragazzo mangia, le anziane finalmente vengono a sapere ove è arrivata l’escursione della Gea. Presto, potranno anche vedere diapositive del Massarione. Ce ne saranno a iosa, non v’è dubbio.

In ogni gruppo di passeggiatori della domenica che si rispetti, c'è un soggetto che ha studiato, che conosce il territorio, che vuole fare da guida e divulgare il suo sapere. Non manca, il suddetto, nemmeno nell’escursione della Gea di metà luglio. Da un pulpito di sterpaglie e forasacchi, si alza in piedi. Tramanda, racconta, di antiche civiltà. Sono passate lungo il Volturno, fiume che solca le campagne di Monteroduni e le rende ubertose. Gli antichi Romani, che fessi non erano, ne sfruttarono le virtù. Lo inserirono nei loro tragitti. La cosiddetta Tavola Peutingeriana, una importantissima pergamena che riproduce gli itinerari della Roma imperiale, riporta, infatti, la statio o mansio (un luogo di sosta, una specie di stazione di servizio) di “Ad Rotas”, come tappa obbligata per chi, da Roma, accedeva nel Sannio.
Detta statio viene localizzata, dai principali studiosi della viabilità romana e sannita, nel territorio comunale di Monteroduni, in corrispondenza della Contrada Camposacco – Paradiso, punto di partenza della passeggiata. La contrada ha avuto intense frequentazioni fin dalle epoche più remote, come testimoniato dagli scavi effettuati dall’Università di Ferrara nel 2008, che hanno consentito di rinvenire due stupendi bifacciali e altri manufatti litici di epoca acheuleana. Inoltre, gli scavi, compiuti tra il 2002 e il 2007, da parte dell’Università La Sapienza di Roma, hanno portato alla luce un’ampia parte di una struttura di grandi dimensioni risalente al XII secolo a.C., con reperti di industria litica e materiali ceramici vari. Infine, sono stati rinvenuti reperti di epoca romana, come epigrafi, resti lapidei di importanti costruzioni, monete. I tanti dettagli e la giustezza delle narrazioni incuriosiscono e intrigano i discepoli. Resterebbero ad ascoltare per ore.
Purtroppo, il maestro compie un errore. Riporta un dettaglio: oltre al riferimento della tavola peutingeriana, non esiste alcun’altra evidenza o indizio documentale originario o archeologico che porti, in modo esplicito e chiaro, alla localizzazione della statio di Ad Rotas nella contrada Camposacco­Paradiso e, sempre nella stessa località, del presunto villaggio di Rotae, dal quale poi viene fatto derivare, da alcuni studiosi locali, l’attuale nome di Monteroduni.
E’ un colpo al cuore, specie per i presenti che, nelle domeniche d’inverno, dismettono la foggia d’aria aperta e si accomodano sugli spalti dello stadio comunale per supportare il Monteroduni calcio, intonando il coro di battaglia “ce l’abbiamo solo noi, Rotae, rotaeeeee rotaeeee, ce l’abbiamo solo Monterotae alè”: Lo scoramento che consegue alla Rota bucata, è sfruttato dai franchi tiratori, da altri due sempiterni figuri delle passeggiate: il fotografo e l’esperto dei tragitti. Il primo inizia a immortalare ogni cosa lo ispiri, dai cappelli a falde larghe delle signore ai calzini da bavarese su pantaloncino sportivo di un uomo di città, da una pietra corrosa di fiume a una staccionata che gli sembrava di architettura notevole; si arresta solo quando il buon Mich lo accusa di essere più rumoroso di un branco di cinghiali.
La bussola deambulante, invece, intima di tagliare corto e riprendere la marcia. L’obiettivo è arrivare alla Chiesa di Santa Maria Altissima, tappa principale, entro le ore 12. A mettere fretta non è il caldo afoso di pianura: in un’epoca di inquinamento e sporcizia, di grandi ciminiere che spandono i loro veleni sulle nostre teste, gli infestati d’ozono di città non crederanno mai che ci siano luoghi di terra in cui immergere una bottiglia o un termos e disidratarsi e rinfrescarsi di un’acqua così gelida da far titillare il trigemino e far tremare i denti anche a chi non ha le carie, mentre libellule dalle ali blu saltellano e violicchiano, trote sgusciano in acqua, girini si affacciano alla vita. Si teme soltanto di ritardare troppo il pranzo al sacco.
Meno male che, nei borghi del Sannio, il concetto di “passeggiata di salute” è meno franco di quello che i protocolli medici raccomandano. Qualcosa da sbocconcellare si trova. Sempre. Da uno zainetto, spuntano le scruppelle, pizze fritte della vigilia di Natale, che, in fin dei conti, non è così lontana, se si pensa che il guado di metà anno già è stato varcato e che l’estate, tra meno di un mese, inizierà a intonare il canto del cigno. Le ha fatte la regina del vicolo per la nipotina e per un cucciolo di 35 anni suo vicino di casa. Vengono assalite, tranne che dal fotografo, che preferisce immortalarle. Non bastano a sfamare 40 affamati. Monta la protesta. Solo un buon caffè caldo di termos e dei biscotti artigianali riescono a spegnerla, in prossimità del monumento più intrigante che si adagia sul Volturno.
E’ la Chiesa di Santa Maria Altissima o, come si suol dire al paese, SanDa Maria Aeutisema, celebrata il giorno 15 agosto, al mattino, mentre un poveraccio trema come un sismografo perché, nel suo primo sonno dopo una notte all’addiaccio di un bar, la banda del paese, sotto la di lui casa, sbatte tamburi e gonfia grancasse, per accompagnare la Madonna in processione. All’occhio del sempliciotto o dello sprovveduto, la Chiesa, “na specie re monstero”, appare come un ammasso di pietre ben conservato nelle parti verticali, circondato da alti rovi e incastonato tra le sterpaglie; non ha nemmeno più un tetto, una copertura, che era a due falde, crollata per incuria umana, e devi stare attento a non avvicinarti troppo alle pareti, altrimenti, come dice il saggio “te care nu palluotte n’cape” (un masso ti rovina in testa). In realtà, ha una storia molto intrigante. La racconta chi ha studiato. La Chiesa faceva parte di un probabile complesso monasteriale del Benedettini, sorto a cavallo dell’attuale linea di confine tra i territori di Monteroduni e Macchia d’Isernia. La costruzione è altomedioevale, intorno al IX secolo, ed è posta su un’altura blanda. Gode di una visuale amplia, che consente di controllare agevolmente un’ampia sezione della vallata del Volturno.
La documentazione inerente alla Chiesa è molto scarna: nel libro delle Decime nel 1309, risulta in capo al Priore il compito di pagare la decima; una lapide contenuta nella Chiesa di San Michele Arcangelo di Monteroduni attesterebbe l’operatività del monastero ancora nell’anno 1651. Dal punto di vista architettonico, presenta una pianta ad aula unica, di circa 12.5 x 6 metri ed è conclusa da un’abside semicircolare alta, all’esterno, circa 3 metri. In prossimità dell’abside stesso, esistono delle nicchie ove, probabilmente, erano riposte alcune immagini sacre e le apparecchiature necessarie per lo svolgimento della liturgia. Alcune tracce di colore su intonaco, provano l’esistenza di affreschi, nell’aula benedettina.
Del suo portale, probabilmente realizzato con materiale di spoglio, è rimasta la lunetta, composta da un arco a sesto rialzato, in cui si leggono ancora le tracce di un affresco dedicato probabilmente alla Vergine. Sempre all’esterno della Chiesa, si riconoscono quattro monofore, una per facciata. Quelle definite sui lati maggiori sono poste in prossimità dell’abside; quelle realizzate sui lati corti della cella sono poste una al centro dell’abside e l’altra frontalmente, in posizione rialzata e centrale. La logica di tale disposizione è da ricercarsi nei simbolismi liturgici collegati, nella vecchia liturgia, alla posizione che il sole assume durante il corso della giornata rispetto all’altare principale, contenuto nell’edificio. Del complesso monastico cui la Chiesa faceva parte, rimane una notevole quantità di ruderi, i quali sembrano essere stati definiti in epoca coeva alla costruzione dell’edificio religioso, posto in posizione centrale  rispetto  agli  altri  corpi  di  fabbrica.  Dalla  disposizione  di  questi  ultimi,
appare chiaro che il monastero fosse composto da più ambienti, alcuni di dimensione simili a quelle della Chiesa. Pietà, per giove, pietà. Le nozioni iniziano a farsi tecniche e complesse per chi non ha competenze di architettura, ingegneria, storia dell’arte. Chissà se pure le ho riportate bene. I passeggiatori alzano bandiera bianca. Il monastero è certamente interessante e, a chi possiede un minimo di sensibilità e un’oncia di gusto per il bello, fa ragionare sul fatto che, nel minuscolo e ameno territorio in cui viviamo, abbiamo, a un tiro di schioppo, a portata di mano, un patrimonio di tesori d’arte e di storia, che non conosciamo e che farebbe d’uopo che tutti si impegnassero a riscoprire, far riemergere, restaurare, far conoscere, ai residenti e a chi è fuori, ma è pur sempre mezzogiorno ed è ora di ristorarsi. E’ disponibile un po’ di vino e biscotti tipici dei negozietti di paese  che  hanno l’insegna “alimentari” o “Sali e tabacchi”, ingrigita dal tempo e dalla furia degli elementi, nei quali si accede muovendo una tendina che suona un concerto di campanellini e che vende prodotti che non si ritenevano avessero superato indenni la caduta del muro di Berlino. Non sono soddisfacenti. La tensione sale.
Qualcuno programma di assalire gli alberi di frutta ai lati della strada. Non fa in tempo. Una gradita sorpresa è all’orizzonte. All’avanguardia della truppa che solca la terra e incontra solo casupole fatiscenti di legno e cani spelacchiati, tre cesti di vimini che svettano su un tavolo, sembrano un miraggio. Invece no. Sono veri. Contengono “lecine” e pomodori. Sono altresì disponibili dei sensazionali biscotti al vino fatti in casa, caffè e fresche bevande. Il merito è tutto del Signor Michelangelo e della sua moglie, che hanno voluto donare ai compaesani atletici un po’ di quel che coltivano o che riescono a fare con sapienti mani di cuoca per diletto. Con tante prelibatezze in corpo, l’ultimo tratto prima della sosta corre via in un baleno. Ci si ferma in un tratto in cui il fiume scorre impetuoso, vortica e forma piccole cascate, saltella e si fa spumoso, si incrocia con un corso d’acqua amico e solletica i piedi di chi, seduto su pietre aguzze, consuma panini con frittata e prosciutto spessi come un mattone e larghi come un Sorrisi e Canzoni. I più felici sono i bambini.
Schiamazzano, corrono, sorridono e, infine, si tuffano nel fiume, incuranti delle raccomandazioni dei genitori, del precetto “non si fa il bagno dopo aver mangiato”, dell’acqua gelida e dei massi che pungono i loro piedi minuscoli. Riemergono solo quando il ragioner Filini del gruppo, altro uomo che non manca mai tra i passeggiatori della domenica, fischia e a colpi di “ya ya venete” convoca per il taglio dell’anguria, trasportata da un trerruote che spunta all’improvviso da una strada stretta come mulattiera, che nessuno capisce come possa essere stata attraversato da mezzo ‘si largo, che viene prontamente immortalato dal fotografo, il quale abbandona senza patemi il suo pasto, pur di riportarsi a casa un’altra traccia interessante del dì. Il rito del melone rosso, che fa da corollario a ogni giornata della GEA, è il passaggio più gradito di tutti.
Osserva bene Costy, mentre mangia:<<non c’è nessun ristorante al mondo che tenga, davanti a una fetta di anguria mangiata e a un bicchiere di vino bevuto guardando il fiume>>. Oltre al melone, ci sono anche delle salsicce, ma la paura del botulino, avallata anche da chi le ha messe in un barattolo colmo d’olio e sugna, fa desistere i più leggerini dal mangiarle. Con gli stomaci rimpinzati e col pomeriggio che incede in un cielo gonfio di nuvole moderatamente cariche di pioggia, finalmente si può prendere la via a ritroso. Più ci si avvicina al luogo di partenza, più la civiltà riprende vita. Villette graziose di campagna sostituiscono le masserie, sfreccia qualche motorino e si sente il rimbombo sordo delle autovetture,
virtuosi dello sport macinano chilometri e disperdono sudore su strade ancora un po’ ammaccate. C’è solo un’ultima attrattiva da visitare, prima del congedo. E’ “ru puzze sfunnate”, il pozzo sfondato, the sfunnated water well. Si trova nascosto dietro dei cespugli. Fino agli anni ‘30, era una delle fonti primarie di approvvigionamento di acqua per i contadini. Poi, un cedimento del terreno, uno “sfunnamento”, aveva ridotto la portata d’acqua e reso il pozzo un’ attrazione per chiunque si trovasse di passaggio sul fiume e un luogo di bivacco per le scampagnate di coloro che oggi sono nostri genitori e nonni.
Ciò a causa di piccole sabbie mobili che si sono generate all’ interno e che risucchiano addirittura mezzo bastone da passeggio. L’effetto è stupefacente, sconvolgente, un po’ inquietante, ma decisamente affascinante, tanto che il fotografo, pur a rischio di sfracellarsi la coccia, si posizione in precario equilibrio tra due massi e estrae la fotocamera subacquea, con la quale immortalare e filmare il raro fenomeno. Terminate le riprese, il cammino riprende.
Non sono previste altre soste. In realtà, un’altra rientranza del fiume, con dei lunghi tronchi d’albero messi in orizzontale, val bene 5 minuti di pausa. La bandiera a scacchi è in località Camposacco, dopo circa 11 chilometri percorsi. Sono quasi le 17. Appuntamenti alla sera per commenti alla giornata e analisi delle date utili per una nuova passeggiata, sono le ultime attività previste. Saluti, baci e alla prossima. Ma nooooo, ove andate? C’è il fotografo già pronto. Pretende di scattare la diapositiva di gruppo, prima del congedo. Il fotografo, l’unico sempre presente, l’unico che non verrà mai immortalato…

Carmine tedeschi

Gea Monteroduni

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